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La serie A

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Qui affiorano i primi problemi; a parte la dolorosa vicenda Mitchell, Bucci sembra soffrire la presenza delle “mezze stelle” Bianchi e Francescatto nella gestione dei rapporti in seno alla squadra, e senz’altro appare mutato il tipo di conduzione della Società. Dopo un campionato più che dignitoso, considerando che eravamo alla prima esperienza a questi livelli, Bucci viene esonerato, non se ne conoscono ancora le ragioni più profonde, lasciando nel tessuto connettivo della Rimini sportiva una ferita che ancora tarda a rimarginare. In effetti, prescindendo dalle capacità di allenatore che sta confermando in quel di Fabriano, Alberto aveva saputo instaurare con la città che lo aveva accolto e adottato come un figlio un rapporto di stima e affetto reciproci, rapporto che il tempo pare non aver incrinato.

Ma la Società, coi suoi mega-presidenti, ha scelto un’altra strada, non quella dell’umiltà, della programmazione, bensì quella delle stelle, dei proclami, dei “numeri 1”: “Tu compri Vecchiato? E io ti compro Zampolini!” “E tiè, beccati questo Taurisano!” e così via. Compriamo tutto il meglio che c’è sul mercato: potevano i nostri dirigenti dire di no?
Arnaldo Taurisano, Tau per gli amici e gli editori, appartiene senz’altro al “gotha” degli allenatori nostrani e certamente le coppe vinte ne hanno sparso la fama per l’Europa intera. Ha vinto uno scudetto (al contrario i maligni sussurrano che ne ha persi 4 o 5), si è reso protagonista di quel meraviglioso esempio di Società che è la Pallacanestro Cantù, culla e fucina di talenti fra le più prolifiche. Taurisano è, più che un allenatore, un maestro, un ideologo del basket: non c’è aspetto della pallacanestro che non abbia sviscerato, analizzato, codificato (è di prossima uscita, a dispense, l’ultimo parto :”Il cestista cattolico in Italia dalla “Pacem in terris” a Woitila”). Di fronte a lui sono tutti come bimbi a scuola: tu non fai in tempo a dire qualcosa, un pensierino tipo :”Il basket è bello”, che ti ha già spiegato tutto, 16 tipi di zona, 48 esercizi , l’attacco dei Knicks contro la uomo e quanti “Pater” ha recitato Marzorati nella sua vita; al ristorante, di solito il Pic Nic, vorresti una margherita, ordini : “Pizz..“, non ti fa finire e ti racconta tutto di Pizzichemi da Padova; non fai in tempo a dire :”Mac..”, vorresti dei maccheroncini pasticciati, che ti ha già spiegato tutto del Maccabi di Tel Aviv, dici Neumann e sta zitto. Un’intervista al Tau non è fatta di domande e risposte, è un trattato, un monologo, un concerto: è il Pavarotti degli allenatori. Le prime cose che chiede quando arriva a Rimini sono il telex, un cappuccino e una guardia americana: passava di lì per caso Mc Gregor. “Ho proprio quello che fa per voi!” e gli comprano Bird (Howard ce lo dobbiamo tenere, qualche sprovveduto gli ha fatto firmare un contratto biennale). Si parla di scudetto, la Al è un fatto scontato, prepariamoci per la Coppa Korac. Le prime 7 (sette!) sconfitte consecutive smorzano un po’ gli entusiasmi, si scopre che Bird non è una guardia e Francescatto non è un playmaker (il Tau dirà che lo hanno mal informato), Zampolini, che gioca a 8 metri dal canestro, non è quello di Rieti, fra Otis e Vecchiato, che pure garantiscono alla squadra il dominio (primi nelle classifiche) ai rimbalzi, si scoprono sottili incompatibilità tecniche. Si conclude malinconicamente il primo campionato di quella che sembrava dover essere l’era Taurisano; durante l’estate ci si rimboccano le maniche, arrivano due nuovi americani, si acquista un rincalzo di lusso, Dordei. Dopo un precampionato deludente (ma c’è ancora qualcuno che crede ai risultati del precampionato?) Taurisano viene esonerato ancor prima che inizi il torneo di A2, stabilendo così un record difficilmente eguagliabile, un precedente che nessuno certamente ci invidia.
A parte gli scherzi, molti sostengono che con Taurisano si sia persa una grande occasione; personalmente reputo il Tau uno degli allenatori più preparati sul piano tecnico; forse è capitato nella Società sbagliata al momento sbagliato. Mi spiego: la Sacramora aveva bisogno di risultati  immediati per due ragioni: primo, non era preparata ad un discorso di programmazione, e del resto i grossi acquisti (Vecchiato, Zampolini) autorizzavano anche la piazza a pensare a traguardi ambiziosi. Secondo: i grossi nomi, giocatori di interesse nazionale, avevano bisogno essi stessi di gratificazioni immediate, non erano disposti ad applicarsi con umiltà per imparare. Ché questo è stato, secondo me, l’errore di Taurisano: cercare di informare giocatori già formati tecnicamente ai suoi concetto di gioco, anziché cercare moduli che sfruttassero le caratteristiche degli uomini che aveva a disposizione. Taurisano aveva iniziato preparando alcuni tipi di difesa, vari schemi di attacco, lavorava sui fondamentali, metodico, perfezionista, giustamente pedante talvolta. Era fatale che giocatori che si consideravano degli arrivati non lo seguissero, specialmente quando non. confortati dai risultati. L’esperienza precedente del Tau, quella di Cantù, non poteva fare testo: là si era trovato giocatori plasmati alla sua scuola fin da “piccoli”, c’era un lavoro di anni svolto in profondità; qui aveva giocatori provenienti da diverse esperienze cestistiche da amalgamare; là aveva Marzorati, uno dei più grandi talenti espressi dal basket europeo (certo, parte del merito spetta al Tau), qui aveva Francescatto, che play non è; là aveva Lienhard, pivot dai fondamentali perfetti e capacità di far giocare una squadra, qui c’era Howard, giocatore istintivo (grande, per me), là aveva Recalcati, schema Brianza, capace di risolvere da solo le situazioni più scabrose, qui c’era Zampolini, dagli straordinari mezzi fisici e dal carattere balzano, là una Società perfetta, qua dei volonterosi animati da grande entusiasmo. Questa è la situazione che Taurisano, a parte la scelta scellerata di Bird, non è riuscito a focalizzare, pur essendo in assoluta buonafede, e ne ha pagato le conseguenze. E noi, appassionati di basket, con lui.
Taurisano rimane uno dei tecnici più preparati, non esiterei ad affidargli una squadra giovane con obiettivi a lunga scadenza: sicuramente, come accade per le cose di questo mondo, talvolta occorre essere più pragmatici, o, come dice qualcuno, figli di puttana.

“Come ho speso male i miei soldi”, era uno dei temi classici nel repertorio dei maestri delle elementari, ai miei tempi; io, che di soldi in saccoccia non ne avevo mai, mi sforzavo di immaginare situazioni in cui perpetrare un delitto del genere, per non consegnare il foglio in bianco, e del resto mi vergognavo ad ammettere che non ne avevo, il chè mi appariva delitto ancor più grave, dato che l’assunto non ne prevedeva l’ipotesi. Ma la tesi era quella di esaltare il risparmio ed era tutto sommato uno sforzo encomiabile da parte dei nostri educatori. Oggi il tema in questione è caduto in disuso, un po’ perché viviamo in una società spudoratamente consumistica, poi perché la moderna pedagogia vuole evitare assolutamente agli adolescenti sensi di colpa che, fatti adulti, potrebbero causare turbe psichiche irreversibili, infine credo che se ne temano le risposte. Io non so se sensi di colpa turbino i sonni dei dirigenti della Sacramora (Migani certamente sta piangendo calde lacrime, e il fantasma di “obtorto collo” Sambuchi non lo lascia dormire), fatto sta che a sostituire il buon Taurisano viene chiamato un altro aspirante “fantasma”, data l’ectoplasmatica inconsistenza del lavoro che svolgerà. Ma la Romagna solatia, e Rimini in particolare, più che per “…l’azzurra vision di San Marino..”, è diventata famosa per la “…rosea vision dei bigliettoni..” che sa evocare e distribuire senza parsimonia.

Così arriva a Rimini, in tutta fretta, un altro lombardo che voci nell’ambiente vorrebbero discendente addirittura del Grande Corso (Napoleone Bonaparte, non Mariolino). Alla prima di campionato, espletate le presentazioni di rito, “Piacere, Zampolini”, “Branson, how are you?”, Pippo Faina esordisce sulla panchina della Sacramora come allenatore, qualifica cui non si capisce, a giudicare da quello che ha mostrato da noi, come sia pervenuto. Pare che un giorno, a Milano, durante una cena fra amici, al momento del digestivo, dopo averlo ben squadrato, gli abbiano detto: “Tu sei un allenatore di basket”. E tale fu (vatti a fidare degli amici!). Tornato a casa, Pippo confidò ai familiari che era un allenatore di basket e che la cosa era stata accertata verso le 23 e 30 (noi non siamo nozionisti). Al proposito i familiari sono soliti ricordare: “Era uscito che pareva normale, chi poteva immaginare che sarebbe ritornato allenatore?”. La caratteristica precipua di questo allenatore-casual (indossa spesso jeans, marca Le Vagabond) pare sia stata una fattiva alacrità che strideva con la pigrizia congenita di giocatori e dirigenti, e già questo fatto poteva determinare i presupposti della crisi. Alla sera non si decideva mai a coricarsi: “Ma caro – gli diceva la consorte – non ti decidi a venire a riposarti?” “Preparo ancora uno schema e un piano d’allenamento – rispondeva lui instancabile – poi ti raggiungo”. Se la cava comunque l’anno scorso, optando per il gioco in velocità che la “seconda scelta” Beshore esalta ai massimi livelli. Quest’anno, dopo una sconcertante serie di risultati negativi, all’ennesima sconfitta interna con l’Honky, la Società decide di porre fine al rapporto di collaborazione; rapporto che, del resto, era nato già sotto il segno della provvisorietà, come certi allacciamenti di corrente alla rete pubblica del Luna Park, coi fili penzoloni, legati col nastro isolante. Tanto è vero che, nella designazione delle cariche all’interno del Consiglio, Giove Boldrini veniva indicato nei comunicati ufficiali come il responsabile dei rapporti fra giocatori e allenatore (sic).
La stella di Faina comincia già a declinare dopo le prime partite e le prime dichiarazioni (rapporto piuttosto contrastato fra il nostro e la stampa!); dopo la sconfitta interna col Sapori aveva dichiarato: 1) “Abbiamo giocato di fronte ad un pubblico ostile”, 2) “Comincerò a lavorare più sulla difesa”, 3) “Cercherò di dare alla squadra schemi che portino al tiro gli uomini in condizioni migliori”. Perché, fino ad allora in allenamento avevano giocato a scopone e dissertato sull’immortalità dell’anima?!? Era già di salute cagionevole, il buon Pippo, come allenatore, ma si era lo stesso inferto tre coltellate; poi riusciva a farsi trascinare alla gaffe famosa a proposito dei funzionari di banca superdotati, a dimostrazione dello stato confusionale reso cronico dalle notti insonni trascorse a studiare schemi, al punto da costringere il medico e la Società a proibirgli severamente i grassi (e l’accompagnatore? Mah!) e le interviste. Ormai ogni partita è diventata un processo, ma rimane allenatore direi per non aver commesso il fatto; finché, proprio mentre stava dando segni di ravvedimento, essendosi deciso a rispedire a casa Rank, non veniva esonerato dall’incarico. A parte le battute, che dire di Faina? Se il primo anno alla guida della Sacramora poteva godere delle attenuanti generiche derivanti dal fatto che si era trovato a dover gestire una squadra che altri aveva concepito, quest’anno mi pare che non sia riuscito lo stesso a dare alla squadra un volto preciso, una personalità, un’identità; e questo è l’obiettivo, o dovrebbe esserlo, di un allenatore, le vittorie e la sconfitte vengono dopo nella valutazione del lavoro svolto. Senz’altro, in questo clima di incertezza tecnica che ha caratterizzato l’operato di Faina, hanno avuto un peso rilevante l’ambiente, Società, pubblico, nel quale il tecnico ha lavorato, ma non ci sentiamo di assolverlo per questo. Oggi l’allenatore della Sacramora è Paolo Rossi, suo naturale sostituto, e ci pare stia facendo un buon lavoro.

Io avrei voluto che qualche burlone, dopo i due lombardi, Taurisano e Faina, designasse all’arduo compito il rag. Lombardini, che ne completasse l’opera, per poter scrivere, sui muri del Palazzetto, novello Pasquino, un epigramma che concludesse questa mia storia: “QUOD NON FECERUNT LOMBARDI FECERUNT LOMBARDINI”

[Lovv, 1982]

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