Se c’è una cosa della quale non cessiamo di preoccuparci, fra le tante che ci angustiano, questa è l’inflazione, quella che Carli, citando, ama definire “la più iniqua fra le tasse”.
Vistosamente, inequivocabilmente come la nebbia in val Padana, ineluttabilmente e penosamente come il sipario sul presunto golpe, inesorabilmente come il sole all’occaso, l’inflazione, e con essa presumibilmente il costo della vita, cala. Le fonti d’informazione governativa ce ne assicurano continuamente: “Alla fine dell’anno l’inflazione raggiungerà la soglia del 8 per cento!” “Un nuovo boom è alle porte!” “Aumenta la produttività, cala l’inflazione!”, questo è il concerto di titoli che stampa e televisione quotidianamente ci propongono.
E le precisazioni si rincorrono, incalzanti come bollettini di guerra, e ci offrono nuovi parametri geoconsumistici del nuovo benessere: a Cagliari il pecorino costa solo l’8,4 per cento in più dell’anno scorso; a Bologna la mortadella è aumentata solo del 8,2 rispetto al ’83; a Torino le Fiat costano il 10 per cento in più, ma con autista calabrese compreso come optional; a Roma, per tre chili di carciofi ti regalano Calindri, al Marano compri due e paghi uno.
A Milano infine, il costo della vita , con grande disappunto dei milanesi, che megalomani (vocazione europeistica la chiamano loro) sono sempre stati, è cresciuto solo del 7,2 per cento. E come si fa, Dio buono, come si fa a resistere alla tentazione di saltare sul primo treno per Milano, per godersi la vita qualche giorno, tanto per quello che costa, 7,2 per cento in più, roba da terzo mondo, altro che Yugoslavia e Spagna! E orgogliosi come siamo, non riusciamo a nascondere il nostro disappunto nel vedere che tutto cala, che spendiamo sempre meno, e non riusciamo a capacitarcene: che ci vogliano far vivere gratis? Che ci vogliano umiliare facendoci sentire dei mantenuti? Per forza poi che il risparmio è sparito! C’è tuttavia una piccola incongruenza che ci restituisce tutta la nostra dignità, qualcosa che non riusciamo a capire: l’inflazione cala e soldi in tasca ne abbiamo sempre meno. I prezzi al consumo diminuiscono e la fine del mese si allontana sempre più e le scadenze incalzano.
E le dichiarazioni di ottimismo governativo, anziché tranquillizzarci, ottengono l’effetto di incrementare dubbi e sospetti: cala l’inflazione, si allunga il naso di Craxi, non sarà che ci prendono per i fondelli? A casa intanto, per non lasciare nulla di intentato per sciogliere l’arcano, abbiamo cominciato, discretamente, a tenere d’occhio il canarino, che in questi ultimi tempi è ingrassato che pare un piccione. Dev’essere lui che, malgrado l’aria assolutamente innocente, ci manda tutti i soldi in Svizzera, dove ha un cugino che lavora come cucù.
Beh, come l’idea del benessere ormai riconquistato non ci sfiora neppure, malgrado le più autorevoli rassicurazioni, così ci lasciano perplessi le dichiarazioni preoccupate dei dirigenti della Marr a proposito dell’infortunio che ha causato l’assenza di Johnson nelle ultime due partite. E ingenuo allo stesso tempo ci appare il giornalista bolognese che parlava di “pretattica” nel commentare l’annuncio dei riminesi dell’indisponibilità di Reggie per la partita con la Granarolo. I dubbi sono leciti: Johnson contro le Riunite esce di scena all’undicesimo del primo tempo, e la Marr vince, più largamente di quanto non dica il punteggio. Non siede neppure in panchina contro i bolognesi e la Marr vince in carrozza, umiliando i campioni d’Italia.
Il sospetto, lo ripeto, è lecito: che ci prendano tutti, Pasini, Lombardi, Bucci, Johnson, per i fondelli? Astenendoci, per ora, da ogni giudizio, una cosa tuttavia ci sentiamo di raccomandare a Johnson: “Si curi, giovanotto, si curi per bene e non sia impaziente: vedrà che le soddisfazioni non mancheranno“. E, per quel che ci riguarda, fra le più grandi soddisfazioni che questo campionato ci ha finora riservato, sicuramente è da incorniciare la vittoria della Marr contro le Riunite di Reggio Emilia. Anche qui c’è una storia, affatto recente, di rivalità, fin dai tempi di Spaggiari e Manenti, in serie C; poi le nostre strade si erano divise per qualche tempo, con la promozione della Sarila di Bucci in A2, per tornare ad incrociarsi nuovamente due anni fa, quando i reggiani risalirono ai vertici delle gerarchie e della geriatria, considerando il Brumatti, giocatore d’annata, del basket nazionale, rinnovando una tradizionale rivalità, ora a difesa del fresco blasone.
Sicuramente poi, ad aggiungere sapore alla contesa, contribuisce la presenza, sulla panchina reggiana, di “Dado” Lombardi. Perché contro Lombardi c’è più gusto a vincere. Durante la partita si agita, urla, inveisce, gesticola: quella di Lombardi non è una faccia, è un identikit. Ha due occhi tormentosi da ipertiroideo, ma sono messi là, approssimativamente, ai lati del naso enorme, che scende impetuosamente dalla fronte dilatandosi irregolarmente a far fremere narici fumanti. La bocca è irregolare, come una ferita, e labbra sottili disegnano smorfie atroci, le guance appaiono devastate da acne giovanile e rigurgiti di fegato; il mento non si vede, ricoperto da un gozzo enorme che fa rimbombare urla ed improperi. Non ha mai goduto di quella che si dice simpatia istintiva, Lombardi, ma si è guadagnato la stima di molti. A testimoniarlo, posso citare i commenti dei numerosi reggiani accorsi al Palazzetto.
C’è spesso, da parte dei tifosi, una sorta di benevolenza nei confronti dei giocatori quando sono maltrattati dall’allenatore, ma io non ho sentito alcun commento alle apparizioni flash di Ponzoni o alle dure rampogne rivolte da “Dado” a Brumatti (!) o a Rustichelli: quello che fa Lombardi è ben fatto, per tutti. E certi atteggiamenti duceschi appaiono normali persino ad una città, come Reggio, che vanta grandi tradizioni antifasciste. I tifosi anzi sottolineavano con rispetto i suoi atteggiamenti in panchina: “Il Dado è teso, vedi come si sta concentrando!”, durante il riscaldamento; “Adesso, vedrai, si incazza!”, durante la partita, quando i suoi sbagliavano qualcosa di troppo, “Il duce l’è spaccià. Il duce l’è spaccià”, mormorava tragicamente un tale, con accenti da “Alto gradimento” a pochi minuti dalla fine.
Ed era veramente consolante, per noi, vedere l’immagine di tanta tracotanza accasciata , come un palloncino sgonfio, in panchina. E maggiore era il senso di liberazione quanto più quel mostro di Morse ci aveva fatto patire nel finale, favoloso Morse contro il quale non te la senti nemmeno di accanirti, tanto è bravo. E forse, se per una volta, anziché privilegiare il collettivo, Lombardi lo avesse lasciato giocare da solo, oggi non saremmo qui a bearci della nostra classifica.
Classifica che ritroviamo ulteriormente tonificata dopo la partita interna con la Granarolo. E qui i sentimenti che si intrecciavano erano molteplici: rispetto per i campioni d’Italia, anche se non stavano attraversando un momento particolarmente felice; preoccupazione per l’effettivo divario di centimetri in campo e per l’assenza di Reggie; la consapevolezza allo stesso tempo di affrontare un’avversaria in condizioni di assoluta tranquillità, dopo la vittoria sulle Riunite; la presenza di Bucci sulla panchina ospite, di un allenatore che ancora ricordiamo con affetto. I timori della vigilia si sono poi dissolti come neve al sole: la granitica squadra felsinea non è stata affatto granitica in difesa ed è apparsa imprecisa in attacco. Per la Marr è stato fin troppo facile abbattere il colosso dai piedi d’argilla. Bucci gode della fiducia del Porellone: troverà sicuramente modo di superare un momento difficile.
Ora, un nuovo anno è alle porte: il Natale ha stemperato le amarezze di ognuno con la sua magica atmosfera. Carasso ha dato fondo allo stock di panettoni del ’76 che teneva in serbo per le grandi occasioni: crosta, uvetta e canditi compresi. Sono panettoni d’annata e, come per i vini, le annate pari sono favolose. Approfittiamo di queste colonne per fare gli auguri a Luca Rinaldi, che dopo aver giocato a lungo al limite dei 30 secondi, è crollato sotto il pressing di Lorenza.
Auguri alla Marr tutta e se permettete, un augurio particolare al “Magico” Battisti e al suo fan club. Un po’ di ironia non guasta mai, direi che è un segno di civiltà e di maturità da parte del nostro pubblico e sicuramente la preferiamo ai cori beceri degli ultrà di tutti i palazzetti. Quello che è importante, e abbiamo già avuto modo di sottolinearlo, è rispettare l’impegno onesto in campo di ognuno. Non tutti nascono campioni.
Buon anno, Battisti, e che sia magico veramente.
25 dicembre 1984

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