Scriviamo queste righe subito dopo la partita esaltante con la Jolly di Cantù col cuore gonfio di commozione e pudore insieme, lo confessiamo.
Commozione come insieme di emozioni cui non è estranea la figura di Marzorati, esempio e mito, l’orgoglio per la nostra squadra, il palpitante andamento della partita, le ansie della vigilia. Pudore perché tutto ciò è maturato contro una società di grandi tradizioni, pudore di chi non ha dimenticato le proprie origini: non tutti i frequentatori del Palazzetto sanno che, durante gli anni eroici della serie C, fra la gloriosa Libertas e la società di Cantù si era instaurato un rapporto di amicizia e collaborazione, anche se talvolta questa sconfinava nel vassallaggio. Noi mandavamo loro i nostri giovani più promettenti (un nome per tutti, l’indimenticato Luciano Vendemini) affinché, alla corte di colui che è diventato il più augusto itinerante del basket italiano degli ultimi anni, Taurisano, venissero affinati nell’arte di mettere la palla dentro il cesto (Mecenate, chi era costui?) ricevendone, il più delle volte, anziché rinforzi per l’organico della squadra, attestati di amicizia e comprensione. Quante volte Carasso si presentò in veste di postulante! Comunque, per alcuni dei nostri giovani (Tisselli, Torrasi, Santolini) fu una grossa opportunità (campioni italiani juniores con la squadra di Cantù!) che altrimenti, stante la situazione di allora del nostro settore giovanile, non avrebbero avuto; per la Libertas questo rapporto rappresentò una sorta di legittimazione agli occhi di grandi personaggi (Allievi) ed occasione di conoscenze importanti. Oggi, l’aver combattuto alla pari, anzi, l’aver vinto contro questa squadra, un tempo così lontana ed inaccessibile come un’entità metafisica tuttavia immanente, è motivo di grande orgoglio e soddisfazione.
La settimana precedente l’incontro era stata vissuta nell’attesa di “rombo di tuono”, nelle congetture (staffetta? scongiuri? pistola?) sul come fermarlo, o per lo meno come limitare l’effetto devastante delle sue bombe. E ancora prima della partita si attendeva trepidamente l’apparire dell’ “Enola Gay della Brianza”. Finalmente la squadra canturina uscì, trotterellando dietro capitan Marzorati; ecco: con maglia numero 12 non c’era nessuno. Era lui, Antonello Riva, in arte Nembo Kid. Ebbene si: il grande assente alla contesa è stata proprio la “Grande Berta” coi suoi proiettili. E senza il loro marziano, i “Visitors” del pianeta Cantù non appaiono poi irresistibili.
Così, come prevede la storia e non senza suspence nel finale, gli “Home” hanno trionfato, rispedendo gli alieni al loro pianeta d’origine, sperduto nella Brianza, spensierata galassia ricca di mobili e povera di pivot. Non appaia comunque una vittoria svalutata, la nostra (a parte che i due punti in classifica sono un capitale che non svaluta certamente); la Marr ha giocato una grande partita e le percentuali di tiro sono da favola. Al solito lavoro talvolta oscuro di Benatti e Wansley hanno risposto le brillanti iniziative di Cecchini, che più di una volta ha sorpreso in velocità la difesa ospite, le giocate di un grande Johnson e di Dal Seno, finalmente all’altezza delle aspettative ed oltre. Da parte loro, nei pochi minuti in cui sono stati chiamati in causa, Ferro e Ottaviani hanno dato un sostanzioso contributo.Per la Jolly questo pare debba considerarsi un anno di transizione: dispone di una pattuglia di giovani interessantissimi, Sala, Bosa, Bargna, Fumagalli e lo stesso Riva e di un americano fortissimo, Anderson. Mentre si avvicina il giorno in cui l’ingegnere appenderà le scarpette al fatidico chiodo, deve risolvere il problema del pivot, senza il quale non si va lontano, e chiarire l’enigma che riguarda Mayes. Lo taglierà? Non lo taglierà? La cantunovela finisce qua.
Altre due partite si erano disputate dall’ultima volta che ci eravamo sentiti, una vinta ed una persa: la partita con la Stefanel ha portato due punti in classifica ma non ha offerto particolari motivi di soddisfazione agli esteti del basket. Nel calcio, depositario di un lessico stereotipato, di una partita giocata più con intenti ostruzionistici che offensivi (primo, non prenderle), e in amore, si dice che per fare spettacolo bisogna essere in due. Beh, al Flaminio, di squadre disposte a privilegiare l’aspetto spettacolare della pallacanestro, non ce n’era neanche una, e tanto basti. A parte il fatto che di spettacolo non ce ne aspettavamo neanche un po’, conoscendo le abitudini di De Sisti ed essendo consci dell’importanza della posta in palio, sono venuti a mancare importanti protagonisti come Dillon, claudicante, Ferro, indisposto e Battisti (Balla Linda), infortunato. Il giovane Coleman, sottoposto alla “cura Ernesto” (o stai buono o ti pesto), si è ben presto smarrito, si è cercato la soluzione al limite dei 30 secondi e talvolta oltre.
Buon per noi che De Sisti, colpito da ictus cerebrale per invidia con l’omonimo della pedata, all’inizio del secondo tempo abbia avuto la buona idea di predisporre una difesa con quattro a zona e uno a uomo su Benatti; e dei varchi ha approfittato egregiamente Wansley, imbeccato da Cecchini, ottenendo un margine di una decina di punti che la Marr ha ben amministrato. Gli ultimi dieci minuti di partita sono vissuti sulle prodezze di capitan Cecchini, giocatore dalle venature anarcoidi, un libero pensatore, se volete, ma sempre dotato di grande coraggio, e sugli spunti di Bertolotti, uno che, seppur obsoleto all’aspetto, ha ancora una certa confidenza col canestro.
Un’ottima impressione ha destato poi Lanza, detto Enervit, questo fenicottero caro, come il “cavaliere d’Italia”, al WWF che, temendone l’estinzione, ne ha fatto una specie protetta (Ernesto lo ha maltrattato il minimo indispensabile).
Fra i motivi di interesse che la partita poteva offrire, era la presenza nelle file della squadra giuliana di un Bobicchio, uno dei pochi esemplari viventi in cattività. Come tutti infatti sanno, il Bobicchio, quantunque di carattere mite, mal si adatta a vivere fuori dal suo habitat naturale, intristisce e rapidamente deperisce fino a lasciarsi morire, come ben sa un amico mio che si è rovinato per aver voluto a tutti i costi impiantare un allevamento di Bobicchi. Purtroppo, soprattutto per i più piccini, De Sisti ce l’ha lasciato in visione solo per pochi minuti; occasioni non mancheranno, speriamo.
Tutt’altre annotazioni ci suggerisce la partita con l’Honky, a Fabriano. Occorre innanzitutto premettere che i fabrianesi hanno disputato una partita esemplare, sotto il profilo del rendimento e della concentrazione: grandi percentuali di tiro, rimbalzi, contropiede, difesa. E’ difficile stabilire dove finiscono i meriti dell’Honky e dove iniziano i demeriti della Marr. La lacuna più evidente è apparsa la difesa, incapace di limitare un Savio scatenato, Polloni e Claudio estremamente efficaci, Crow e Owens a livelli straordinari. Dei nostri, alle buone prestazioni di Ferro e Johnson han fatto riscontro quelle opache di Cecchini, evanescente, e di Dal Seno, che ha gettato in attacco qualche occasione di troppo; e palla Dal Sen sfuggita, più trattener non vale. Fra i più felici della vittoria dell’Honky, ci segnalano il Merloni confindustriale: gli stanno bene i punti in più in classifica. Quelli che non sopporta sono i punti della scala mobile, decimali o no. Un bel sospirone di sollievo l’ha tirato anche Skansi, il quale aveva già provveduto a caricare le taniche d’acqua dolce sul moscone, dono della tifoseria pesarese, sempre ormeggiato sul molo della città di Rossini (a proposito, Casey: attraversare l’Atlantico in moscone sarebbe un’impresa che neanche Fogar…).
Commentava Pasini fra i denti: “Peccato per il finale! Un FERRO, particolarmente CALDO, con un secondo tempo senza una GRINZA, ci aveva SPIANATO, con le sue bombe, la strada per una grande rimonta, in una partita che aveva preso una brutta PIEGA!”
Vi abbiamo appena presentato: il FERRO DA STIRO.
16 novembre 1984

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